La famiglia non è un fatto privato

Pietro Boffi è il responsabile del Centro di Documentazione del Centro Internazionale Studi Famiglia (Cisf). Giovedì 15 marzo è intervenuto ad una conferenza organizzata da Azione cattolica e Ufficio di pastorale diocesana sulle politiche familiari presso l’Oratorio di san Rocco. Ecco una sua intervista.

Ha senso parlare di “politiche familiari oggi”, in particolare in vista dell’incontro mondiale di Milano?

In questo parlare di famiglia in vista dell’Incontro di Milano non dobbiamo scordarci lo sfondo sociale su cui si situa la famiglia. Vuol dire prendere le distanza da una visione privatistica della famiglia, una visione parziale e che crea guasti.

 

La famiglia è un soggetto fondamentale per la società…

 

Gli economisti evidenziano come quello che fa la famiglia si riverbera positivamente sulla società. La famiglia mette al mondo i figli, che è un fatto privato, ma che produce effetti positivi sul piano collettivo. La famiglia ha un ruolo positivo nell’integrazione e la redistribuzione dei redditi da lavoro. La distribuzione dei redditi tende infatti a divenire meno diseguale quando si passa dalla distribuzione personale a quella familiare. In questo senso, la famiglia, oggi non in senso nucleare, ma intendendo la catena generazionale (nipoti, genitori, nonni), si configura come un potente ammortizzatore sociale. È chiaro che questo scambio “privato” non può sostituire una corretta redistribuzione fra le generazioni nella società. Altri aspetti positivi riguardano il ruolo della famiglia nel sostegno e la tutela dei soggetti deboli come i bambini e gli anziani, e la creazione di capitale umano.

Ma la famiglia oggi nel nostro Paese riesce a far fronte a questi compiti?

La famiglia italiana sta mostrando alcuni segnali di difficoltà. Il nostro paese assiste ad uno squilibrio demografico fortissimo. Se pensiamo alla funzione di rigenerazione della società, si può osservare come  al primo gennaio 2011, i giovani 0-19 anni sono ormai meno degli ultrasessantacinquenni. E il dato medio di figli per ogni donna ha toccato il suo punto più basso nel 1994, lontano quindi dalla crisi economica. In 30 anni si è passati da 1 milione e trecento mila nati all’anno a circa mezzo milione. Altrettanto eloquenti sono i dati sulla correlazione fra rischio di povertà in Italia e nascita dei figli.

Come giudicare le politiche familiari in Italia?

Basterebbe prendere quanto scritto lo scorso luglio dall’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia che afferma che “l’Italia, contrariamente ad altri Paesi europei, non ha sinora avuto un Piano nazionale di politiche familiari, inteso come un quadro organico e di medio termine di politiche specificatamente rivolte alla famiglia, cioè aventi la famiglia come destinatario e come soggetto degli interventi”. Le conferme di una cronica “disattenzione” nei confronti della famiglia si hanno anche analizzando provvedimenti recenti, come la Legge di stabilità per il 2011 che ha previsto tagli radicali o l’azzeramento per i finanziamenti dei fondi statali più rilevanti per le politiche per la famiglia (nidi, non autosufficienza, giovani, affitti, ecc). In questo come in altri passaggi si sono privilegiate altre categorie penalizzando le famiglie.

Come è possibile che questa situazione si sia protratta negli ultimi decenni al cambiare del colore politico dei governi?

La famiglia è stato finora il sotto-sistema della società rispetto agli altri (l’economia, il governo politico, le associazioni e le organizzazioni autonome) meno riconosciuto e più penalizzato. Ma la società non può fare a meno del ruolo della famiglia, che ha come specifico quello del dono gratuito reciproco fra le persone, che è un lubrificante indispensabile degli ingranaggi dell’intera società. Non si è compreso che la famiglia  è elemento fondamentale di mediazione del rapporto tra individuo e società, natura e cultura, privato e pubblico.

MM

Scarica una sintesi della relazione tenuta il 15 marzo.

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